La guerra preventiva all’università

L’operazione di polizia su vasta scala che ha portato ieri
all’arresto di 21 persone, con oltre un mese di ritardo rispetto ai
fatti, appare chiaramente e clamorosamente sproporzionata rispetto agli
episodi contestati.  Si tratta, in tutta evidenza, di un’operazione che
guarda al futuro e non al passato, preventiva rispetto alle prossime
mobilitazioni per il G8 e oltre. C’è un bersaglio preciso: è l’Onda, è
il movimento degli studenti.

E’ tuttavia opportuno segnalare
prima di tutto  che l’ operazione riprende alla lettera quella
criminalizzazione mediatica che era stata subìta dal movimento il
giorno dopo i fatti di Torino. Negli articoli di quei giorni, si
affermava che  una parte dell’Onda aveva “preso in ostaggio” la parte
pacifista della medesima Onda. Le parole pronunciate ieri da Giancarlo
Caselli rivelano che questo quadro menzognero, a suo tempo propinato da
Repubblica e dal Corriere, è stato ora trasformato in dispositivo
giuridico.

E’ inoltre a dir poco singolare, non foss’altro che
per il richiamo inevitabile a fasi storiche che speravamo concluse, 
che sia stato proprio Caselli a gestire la conferenza  stampa sugli
arresti di ieri.  Difficile evitare la sensazione che a  lanciare
questa offensiva contro i  movimenti  sia una parte della magistratura
certo non alleata del governo. Ed è altrettanto difficile non chiedersi
se,  dopo la grande operazione scandalistica sul terreno delle notti
berlusconiane, la magistratura non abbia deciso ora di muoversi anche
sul terreno dei movimenti, come a definire un  quadro di doppia
instabili, dall’altro sul fronte del governo, e dal basso su quello
dell’insubordinazione sociale.

Va da sé che chi decide di agire
contro gli studenti in luglio, quando le università sono spopolate,
mira a mettere una pesante ipoteca sulla ripresa dei movimenti
universitari dopo l’estate. Siamo di fronte a  una spinta generale, che
non vede protagonista solo il governo, nell’affermazione di un blocco
delle istanze di movimento, in vista di un autunno che potrebbe
rivelarsi  molto caldo. Si allargherà la disoccupazione, finiranno le
casse integrazione, arriveranno i veri tagli all’università,
chiuderanno i corsi di facoltà e le borse per i dottorati di ricerca.
In questo clima di rabbia e tensione latente, l’esigenza di segnare per
tempo un’ indicazione fortemente intimidatoria nei confronti del
movimento mette d’accordo il governo e chi si candida a promuovere una 
prospettiva di unità nazionale nella gestione della crisi.

La
prima reazione, davanti a questo attacco, deve essere una grande
operazione di verità , per dire forte e chiaro che a Torino c’eravamo
tutti, che non c’era parte buona e una cattiva del movimento, ma solo
studenti che, in migliaia, si sono difesi dalle cariche in una città
militarizzata a protezione di un  G8 illegittimo, che  pretendeva di
definire le trasformazioni dell’università. Affermare la presenza
comune e di massa dell’intero in tutta quella giornata significa
respingere al mittente la non disinteressata bugia di chi vorrebbe
dividere il movimento tra buoni e cattivi. 

La seconda reazione
immediata necessaria è una sfida rivolta  a tutto paese democratico,
che metta al centro la  necessità di garantire margini e spazi di
libertà per chi confligge,  anche in maniera radicale, contro la crisi.
Oggi è l’Onda, domani potrebbero essere gli operai di Termini Imerese. 
Per questo la battaglia per studenti  dell’Onda  riguarda  tutti e non
solo quegli studenti o i militanti che hanno partecipato al loro fianco
alla mobilitazione del  19 maggio.