Verona - Spettacoli nella bufera
metropolis | 17 Agosto, 2008 17:47
Fonte: L'Arena - 17/08/2008
Protestano in maschera contro i tagli in Arena
Ieri, sulla scalinata di Palazzo Barbieri hanno fatto «outing». Poco dopo mezzogiorno, una trentina di aderenti al comitato spontaneo di lavoratori della Fondazione Arena, al termine del turno di lavoro, si sono dati appuntamento in piazza per manifestare il loro dissenso contro la conduzione del teatro e per chiedere lumi sul piano di risanamento del teatro in deficit per 20 milioni di euro.
Alcuni avevano una mascherina di carta sollevata sul viso. «È la maschera della paura e del silenzio che oggi ci siamo tolti», esclama uno degli «autoconvocati». Affermano che le adesioni al comitato hanno superato il centinaio.
Herbert Steele, il portavoce, firma il comunicato con le rivendicazioni. Le principali sono la «salvaguardia dei posti di lavoro, precari compresi, anche per la prossima stagione» e «una svolta nella gestione del teatro».
Nei giorni scorsi le hanno formalizzate alla direzione, proclamando lo «stato di agitazione». E domani le presenteranno in Prefettura. «Perché», sottolineano, «l’Arena è un patrimonio di tutta la città». Il comitato spontaneo era nato all’indomani del licenziamento, lo scorso 26 luglio, di Aurelio Barbato, responsabile dei tecnici di palcoscenico. Per protesta, una sessantina di macchinisti avevano interrotto il montaggio del Nabucco, in scena quella sera, ma furono subito rimpiazzati dai lavoratori di una cooperativa.
Gli «autoconvocati» dicono di avere atteso invano delucidazioni sul piano per il rientro dal deficit. «E pensare», ironizzano, «che la direzione per informarci aveva a disposizione tre giorni di tempo questa settimana, vista la cancellazione del Galà Giulietta e Romeo. Un inspiegabile buco di programmazione nel clou della stagione turistica», denunciano, «con una perdita potenziale di tre milioni di euro, per non parlare dell’indotto per la città, poiché ogni serata in media», sostengono, «registra un incasso di 800mila euro... E in questi giorni i lavoratori sono stati regolarmente pagati».
I presenti affermano di non essere mossi da richieste economiche. «Vogliamo che il nostro teatro torni ad essere grande perché riproporre allestimenti vecchi per risparmiare, come dice di voler fare il sovrintendente, è una politica miope, servono novità e innovazione».
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Verona - Lavoratori della Fondazione Arena in lotta. Nasce un Comitato autonomo
metropolis | 06 Agosto, 2008 15:48
Fonte: L'Arena
Martedì 29 luglio 2008
LIRICA
NELLA BUFERA. Dopo che sabato il «Nabucco» è andato in scena nonostante
la protesta dei macchinisti come solidarietà al collega licenziato, la
Cgil non molla
Acque agitate in Arena. Serate ancora a rischio
Ironia del destino, in una stagione lirica finora al di sotto delle aspettative sul fronte degli incassi, il Nabucco, opera verdiana tanto cara a quel partito padano cui appartengono il sindaco-presidente Flavio Tosi e il sovrintendente Francesco Girondini, rischiava di assurgere a simbolo della catastrofe. Uno sciopero dei macchinisti, sabato scorso, ha infatti rischiato di far saltare la rappresentazione, andata in scena dopo che la direzione della Fondazione Arena aveva sostituito gli operai in che avevano incrociato le braccia con personale di una cooperativa privata. Una decisione tacciata come «antisindacale» dalla Cgil che preannuncia «ulteriori momenti di lotta nei prossimo giorni». E alle accuse dell’organizzazione sindacale è arrivata l’immediata replica della direzione dell’ex ente lirico. Lo sciopero dei macchinisti e degli addetti del reparto attrezzeria era scattato dopo il licenziamento in tronco, comunicatogli sabato mattina tramite lettera raccomandata, del capo-macchinisti Aurelio Barbato. «Senza fondato motivo» afferma il Sindacato dei lavoratori della comunicazione Cgil. Per il portavoce del sindaco, Roberto Bolis, invece, il funzionario licenziato si era reso responsabile di gravi negligenze nella messa in sicurezza della struttura. L’acuirsi della tensione fra la direzione dell’ex ente lirico e i sindacati rischia ora di rendere ancor più drammatica la crisi del teatro, che registra un deficit di circa 20 milioni di euro e che deve fare i conti con una sensibile riduzione degli spettatori. «La direzione invece di ricercare una soluzione», accusa Giuseppe Di Girolamo, responsabile del settore lavoratori della comunicazione della Cgil, «ha minacciato provvedimenti disciplinari per gli scioperanti, con un gravissimo atto intimidatorio». E sostiene la «piena legittimità dello sciopero suffragata anche dai pareri dei nostri legali». A Palazzo Barbieri, tuttavia, si sostiene che la Fondazione «non ha ricevuto il preavviso nei termini previsti dalla legge». Secondo Di Girolamo «non c’era da rispettare alcuna procedura di preavviso poiché la protesta non riguardava trattative in corso, ma un licenziamento di un dipendente per il quale chiediamo la riassunzione immediata». Nel suo comunicato, la Cgil, afferma, inoltre che «la cooperativa chiamata a sostituire il personale della Fondazione non era preparata al montaggio delle scenografie, non rientrava nei piani di sicurezza e il suo personale non è stata formato all’utilizzo delle attrezzature e dei mezzi». Nel pomeriggio di ieri la Cgil ha chiesto un incontro urgente con la direzione della Fondazione «Fino a sabato mi sentivo parte della direzione della Fondazione Arena. Aurelio Barbato, 45 anni, un diploma in scenografia all’Accademia delle belle arti di Napoli e studi di architettura alle spalle, capomacchista all’Arena dal 1999 mette subito in chiaro di non essere mai stato sindacalista. E protesta contro l’«ingiustizia» che afferma di aver subito. «Ho cominciato a lavorare a 13 anni con un certo Nino Taranto, nel 1995 sono entrato in Arena come macchinista, superando le selezioni per titoli, capacità e meriti artistici. Prima di venire a Verona, infatti, ho firmato scenografie con artisti del calibro di Dario Fo, per il quale ho fatto anche il direttore di scena». L’ex capo-macchinista promette battaglia davanti al giudice del lavoro: «Chi mi accusa ne risponderà in tribunale. Mi contestano la mancata installazione di due bulloni, e allora perché hanno dato il via libera alle prove se la situazione era tanto pericolosa? Si tratta di motivi pretestuosi come le 21 contestazioni scritte in un mese delle quali ho risposto al sovrintendente». «So di non avere un bel carattere», aggiunge, «ma quando mi hanno detto dello sciopero mi sono commosso. Spero che non subiscano ritorsioni».
Sabato 02 agosto 2008
LIRICA. Nasce un Comitato dei lavoratori Arena, tecnici ancora sul piede di guerra
Non accenna a placarsi lo stato di agitazione dei lavoratori dell’Arena dopo il licenziamento in tronco del capo-macchinisti Aurelio Barbato e lo sciopero di sabato 26 luglio in segno di solidarietà (che non ha tuttavia evitato la rappresentazione del «Nabucco» vista la chiamata, in extremis, da parte della direzione della Fondazione, di personale di una cooperativa privata). Una trentina di loro, rappresentanti del personale tecnico tra macchinisti, attrezzisti, magazzinieri e sarti, ha dato vita proprio ieri al Comitato spontaneo dei lavoratori della Fondazione Arena. «Non ci leghiamo a nessuna sigla sindacale e a nessun partito politico», spiega il rappresentante Steele Herbert, macchinista in Arena dal 1987, «nonostante esista affinità con le dichiarazioni di Comunisti italiani, Rifondazione comunista e Sinistra democratica. Il nostro scopo è agire in maniera più efficace e autonoma». Tre i punti messi nero su bianco nella riunione costituente del Comitato: «Innanzitutto la richiesta, da rivolgere alla Fondazione, di immediato reintegro del collega», continua Herbert, «licenziato senza essere stato sottoposto prima ad alcun provvedimento e per una presunta negligenza in tema di sicurezza, quando l’incidente avvenuto in fase di smontaggio del "Nabucco" lo scorso 19 giugno, per il quale la direzione non ci ha ancora fornito risposte, dimostra che in altri casi proprio la sicurezza è stata palesemente violata». Secondo il rappresentante, inoltre, su 70 unità ogni giorno quasi una quindicina di macchinisti è assente, proprio per problematiche legate al mancato rispetto della sicurezza. «In secondo luogo vogliamo la tutela dei 60 lavoratori che hanno scioperato il 26 luglio, subendo poi intimidazioni circa il loro futuro in Arena. Terzo, chiediamo l’apertura di un tavolo di confronto con presidente, sovrintendente e Cda, sul futuro del Teatro: dal piano di risanamento alla programmazione, assente». E per i prossimi giorni, sono già due le azioni di lotta previste: «Domani dopo lo spettacolo indiremo un’assemblea», conclude Herbert, «per stabilire i tempi entro cui la direzione dovrà darci una risposta. Se questa non ci sarà, proporremo un altro sciopero». Oggi, intanto, dalle 17.30 alle 20, sarà la Cgil a ribadire le sue contrarietà alla situazione dell’ente, con un presidio e volantinaggio in piazza Bra.
Lunedì 04 agosto 2008
LIRICA. Dopo il presidio di sabato, proclamato lo stato di agitazione Arena, i lavoratori sul piede di guerra
Sarà una settimana particolarmente calda, e non solo dal punto di vista atmosferico, per gli spettacoli in Arena. I lavoratori, divisi in più fronti, confermano infatti lo stato di agitazione dopo quella che definiscono «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», ovvero il licenziamento «in tronco e senza fondato motivo» del capo-macchinista Aurelio Barbato, giunto ad aggravare una situazione che ritengono ormai insostenibile, fatta di «un rilancio che non si prospetta e una continua riduzione del personale». Sabato sera, in occasione della prima di «Rigoletto», alcuni lavoratori, tra cui lo stesso Aurelio Barbato, hanno partecipato ad un presidio organizzato in Bra dalla Cgil, «per informare i cittadini», fa sapere Giuseppe Di Girolamo, segretario della Slc Cgil, «di quello che sta succedendo alla Fondazione Arena». Un’iniziativa nata all’indomani di un incontro tra i rappresentanti della Cgil e la direzione della Fondazione, svoltosi venerdì e conclusosi sostanzialmente con un nulla di fatto. «Abbiamo chiesto il reintegro del collega licenziato, una definitiva chiarezza sulle intimidazioni a cui i lavoratori, in particolare gli stagionali, sono stati sottoposti dopo aver partecipato allo sciopero di sabato 26 luglio in segno di solidarietà per Barbato, e la possibilità di aprire un tavolo di discussione sulle prospettive del teatro», spiega Di Girolamo. «Inoltre abbiamo ribadito la necessità di rinnovare il gruppo dirigente: non serve cambiare il sovrintendente, quando i dirigenti restano gli stessi e da anni non si registra nessuna novità sostanziale, salvo l’aumento delle terze prestazioni e il ricorso a cooperative esterne, con un conseguente aumento dei costi». Ma le risposte da parte della Direzione, spiegano dalla Cgil, sono state assolutamente evasive. «Per questo abbiamo proclamato lo stato di agitazione», conclude Di Girolamo, «come preludio di nuove iniziative, finché la situazione non si smuove». Ma per il momento, dicono, non si parla di ulteriori scioperi. Chi invece prosegue nel proposito urgente di «bloccare per una serata la messa in scena dell’opera, come non è mai successo in Arena», allo scopo di convincere la direzione a prendere al più presto una posizione, è il neonato Comitato spontaneo dei lavoratori della Fondazione, che si definisce slegato dalle sigle sindacali e dai partiti. E che, dopo l’assemblea «costituente» di venerdì, presenti una trentina di lavoratori, ha già fissato due assemblee aperte a tutto il personale, da svolgersi stasera e martedì, a fine turno, per far conoscere ai colleghi gli spunti per la lotta. «Stiamo spargendo la voce, raccogliendo adesioni non solo tra i tecnici, ma tra tutti i comparti, dagli addetti al retropalco alle comparse. E c’è effettivamente interesse», spiega Steele Herbert, referente del Comitato. «Durante le assemblee voteremo per ufficializzare lo stato di agitazione e fissare lo sciopero, probabilmente già in settimana. Il difficile», conclude Herbert, «è persuadere i colleghi, soprattutto gli stagionali, visto il terrorismo psicologico messo in atto dalla Fondazione. Ma si è visto che già tre anni fa, quando le comparse si organizzarono in maniera simile e scioperarono in massa, costrinsero l’opera ad andare in scena con pochissimi figuranti. Il problema è che erano da soli: unendo le forze di tutti i lavoratori, invece, si può davvero oscurare l’opera per una sera».
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Verona - Emergenza abitativa. AGEC occupata dagli sfrattati
metropolis | 22 Luglio, 2008 15:28
Fonte: il Verona, 22/07/2008
Emergenza abitativa. Sugli sfratti l’amministrazione non ha rispettato l’accordo con Prefettura e Tribunale
Sette famiglie in cerca della casa - sede Agec occupata per 10 ore
È uno di quei casi in cui il cinismo della burocrazia si mescola con l’ipocrisia della politica. Lo scenario è il salone del palazzo che ospita la sede di Agec, in via Noris, occupato per 10 ore, dalle 11 alle 21, da sei donne straniere (tre del Marocco, due della Nigeria e una della Tunisia) con nove bambini al seguito e da una coppia albanese-rumena. Sono i protagonisti di una rappresentazione degna del miglior teatro dell’assurdo, dove le comparse sono i volontari della “Rete sociale per il diritto alla casa” e il coordinatore del Movimento migranti Khaled, il presidente di Agec Giuseppe Venturini, il direttore generale Sandro Tartaglia e il dirigente della Digos Luciano Iaccarino. Altri, come il prefetto Italia Fortunati e gli assessori Pierluigi Paloschi (Politiche della casa) e Stefano Bertacco (Servizi sociali) non c’erano ma venivano evocati. I motivi dell’occupazione sono diversi: due famiglie hanno ricevuto l’ingiunzione di sfratto e devono liberare le case mercoledì e giovedì. Le altre da anni aspettano un’abitazione a canone convenzionato. Sono tutte in regola: hanno il permesso di soggiorno, sono residenti a Verona da oltre 10 anni, il padre di famiglia lavora regolarmente. E sono integrati: l’esempio lo danno i bambini, che vanno a scuola e parlano un italiano perfetto. Ogni famiglia è un caso a sè: al nigeriano Aghimir è stata assegnata una casa a Poiano. «Ma non ha ritirato le chiavi», si lamenta Venturini. Il motivo è lampante: l’Agec gli ha chiesto un deposito cauzionale di un anno di affitto, circa 6 mila euro. E la cosa, dato che si tratta di abitazioni concesse a chi ha un reddito molto basso, si spiega con una sola parola: assurdo. Hoti Hamza, albanese di 48 anni, ha invece ricevuto l’esecuzione di sfratto per il 24 luglio, dopodomani. Hoti ha tre costole rotte e una gamba fratturata a causa di un brutto incidente stradale. Per questo è disoccupato e per il momento lavora solo la moglie rumena. Del caso si è interessata anche il prefetto Italia Fortunati che il 14 luglio ha scritto all’assessore Bertacco e al presidente del Tribunale ricordando «le intese assunte nel corso della riunione svoltasi il 18 marzo scorso» a proposito dell’emergenza sfratti. Il presidente del Tribunale risponde il 16 luglio scrivendo «che l’accordo relativo all’emergenza sfratti, di cui si era discusso in occasione dell’incontro da Lei ricordato, ove si auspicava un “rallentamento” delle procedure di sfratto in casi particolari, non ha poi avuto alcun seguito». Alla faccia della conclamata emergenza. E poi c’è il caso di Hassan che a cusa di uno sfratto è stato costretto a dividersi dalla moglie e dalle due bambine che da marzo sono ospitate in una casa d’accoglienza gestita dalle suore. Per questo il Comune paga alla Diocesi 105 euro per ogni bambina al giorno (la mamma non paga). Questo vuol dire che l’amministrazione negli ultimi 4 mesi ha già sborsato 26 mila euro, e senza risolvere il problema. «Avevamo chiesto all’assessore Bertacco un aiuto per pagare i 3 mila euro che questa famiglia aveva di arretrati, somma che avrebbe restituito nel tempo - spiega Giorgio della “Rete sociale per il diritto alla casa” - ma Bertacco ha detto no e ad oggi hanno già pagato 26 mila euro». Assurdo. Alla 18 per mediare arriva il dirigente della Digos Iaccarino. E promette che l’indomani (oggi, ndr) l’assessore Bertacco incontrerà le famiglie, singolarmente. Episodio sintomatico: una mediazione politica svolta da un dirigente della Digos. Alla fine le donne si convincono e vanno via. Dalle 9 saranno a Palazzo Barbieri.
Fonte: L’Arena, 22/07/2008
EMERGENZA ABITATIVA. Un gruppo di donne
maghrebine, con i loro bambini, si è piazzato nel salone dell’ente per
avere un appartamento
Agec occupata dagli sfrattati
Qualcuno vive già da tempo in case di accoglienza, qualche altro sta per venire sfrattato entro pochi giorni: le loro storie sono diverse, ma tutte accomunate dalla paura di ritrovarsi all’improvviso sulla strada, senza un tetto per sè e per i propri bambini. E così, per chiedere ascolto, ieri mattina sei famiglie di immigrati (tunisini, marocchini, albanesi) hanno occupato il piano terra della sede centrale dell’Agec, in via Enrico Noris, angolo piazza San Nicolò: un gesto provocatorio per ribadire con maggiore forza il diritto alla casa. A compiere la pacifica occupazione sono state però prevalmentemente le donne, coi loro piccoli in braccio o per mano (gli uomini di giorno sono al lavoro): insomma, una sorta di «occupazione matriarcale», con queste giovani dagli occhi scuri decise a non muoversi di un passo nemmeno quando il presidente dell’Agec Giuseppe Venturini, affiancato dal direttore generale Sandro Tartaglia, ha rinviato l’incontro con le singole famiglie a lunedì prossimo, promettendo che almeno le quattro che hanno i requisiti in regola vedranno una soluzione del loro caso. Ma loro non se ne sono andate, irremovibili nella decisione di avere una risposta concreta, con i bambini che improvvisavano un gioco di aquiloni di carta fatti con i volantini Agec, preoccupate solo di trovare qualche panino e dell’acqua per sè e soprattutto per i più piccoli, mentre alle 11.30 si chiudeva la porta di ingresso al pubblico e gli occupanti restavano a loro volta «prigionieri» del palazzo dell’Agec. Ad accompagnare il gruppo degli immigrati c’erano i volontari della Rete sociale per il diritto alla casa, composta dal Coordinamento migranti e dal collettivo Metropolis, tra cui il responsabile della Rete Ben Ammar Khaled. Tra gli altri, a chiedere condizioni di vita accettabili, c’è anche Nadir, che ha solo 10 giorni, sta in braccio alla mamma Leila Zegihdi, tunisina, che di figli ne ha altri tre: lei vive coi bambini alla casa accoglienza di via Tunisi, anche Nadir è nato lì, ma tra qualche giorno rischiano di ritrovarsi tutti e cinque sulla strada; il marito Mezri Sakama dorme già in macchina. Ed è proprio Leila che, di fronte alle parole del presidente dell’Agec Giuseppe Venturini che li rimanda a lunedì prossimo, spiega così la decisione di non andarsene: «Qui si sta bene, molto meglio di dove abitiamo, è grande, almeno abbiamo un tetto». Insieme a lei, ci sono le famiglie di Said Rebass che da tre anni alloggia al residence Manager, da dove sta per essere mandato via; Said Sadif, con la moglie Saadia Bohrdune e tre figli, che saranno sfrattati domani dalla casa di via Velino in cui vive, non per morosità ma per fine locazione: «Abbiamo ormai raggiunto i 20 punti nella graduatoria Agec e abbiamo maturato il diritto alla casa». E poi Hoti Hamza, invalido per un incidente sul lavoro, che abita con la moglie a Poiano e che sarà sfrattato dopodomani; Aghimien Whunmwhugho, a cui sarebbe stata restituita la casa in affitto che abitava pagando 373 euro mensili fino al 18 maggio 2007 con un nuovo affitto di 500 euro e con la richiesta di un anticipo di 12 mensilità: seimila euro impossibili per lui da trovare. «Di questa situazione autorità e Comune sono al corrente da tempo, ma non hanno voluto trovare una soluzione», spiega Giorgio Brasola, membro della Rete. «Prefetto, presidente del tribunale e amministratori comunali si sono incontrati insieme all’avvocato Roberto Malesani che aveva chiesto una sospensione degli sfratti: presidente del tribunale e prefetto erano stati favorevoli a trovare una soluzione che però spetta al Comune, ed è proprio il Comune che ha dimostrato disinteresse, lasciando cadere la situazione. Anche oggi avevamo invitato gli assessori Bertacco e Paloschi ma nessuno si è fatto vedere. Sappiamo», prosegue, «che esiste una legge regionale in cui all’articolo 21 si afferma che il cda dell’Agec può decidere di assegnare una abitazione anche a chi non è in regola con i requisiti richiesti: le persone che oggi sono qui vedono la loro storia trascinarsi da anni senza alcun interessamento delle autorità, mentre a Verona ci sono 10.000 alloggi sfitti». Il presidente Agec Giuseppe Venturini aveva invitato inizialmente le sei famiglie a salire con lui al secondo piano, escludendo però che fossero accompagnate dai volontari della Rete o da chiunque altro. La situazione si è sbloccata poco prima delle 21 grazie alla mediazione del dirigente della Digos Iaccarino e alla disponibilità dell’assessore Bertacco che oggi riceverà le famiglie.
«Solo chi ha diritto avrà l’alloggio, gli altri no»
«Un blitz organizzato contro di noi, che non siamo stati avvertiti di questa situazione. Chi ha il diritto ad una abitazione vedrà risolto il suo problema, lunedì prossimo sono disponibile ad incontrare le famiglie, ma non tutte hanno i requisiti necessari per avere un alloggio, due ad esempio non sono in regola in quanto non hanno posizioni regolari con il lavoro e con la residenza». Afferma così il presidente dell’Agec Giuseppe Venturini, quando alle 12.30 circa scende per la seconda volta al piano terra per incontrare gli occupanti. Venturini si era già presentato poco dopo l’arrivo degli immigrati e dei volontari, invitando solo le sei famiglie in questione, senza i volontari della Rete e del Coordinamento, a salire con lui nel suo ufficio per discutere. Ma nessuno di loro si era mosso, anche perché la maggior parte delle famiglie non era al completo. «Da qualche anno a Verona non si costruiscono più alloggi popolari», cerca ancora di spiegare Venturini. «L’entità degli alloggi rispetto alla domanda è minima, ci sono circa 800 casi di emergenza abitativa ogni anno, di cui riusciamo ad evadere solo il 10 per cento. Speriamo in un finanziamento della Regione Veneto necessario per la costruzione di nuovi alloggi. Per fortuna una quarantina di alloggi alla Sacra Famiglia entro quest’anno ci saranno concessi e questi serviranno per tamponare alcune emergenze». Di fronte alle proteste dei rappresentanti del coordinamento, Venturini si arrabbia, soprattutto quando parte qualche accenno al carattere «politico» delle scelte dell’Agec: «Noi ci atteniamo alle regole e alla prassi, tutto il resto non sono che illazioni». Da oggi forse il Comune, con l’assessore Bertacco, darà udienza a ciascuna famiglia, una per volta, per esaminare le singole situazioni e verificare se esistono regolari domande all’Agec.
Fonte: DNews, 22/07/2008
Senza casa. Undici ore di tensione ieri nella sede di via Noris, deve intervenire anche la Digos
Sfratti con presidio e lite all’Agec
«Presidente, giovedì vengo a dormire a casa sua», grida l’albanese Hoti Hamza, agitando una stampella, quando Giuseppe Venturini, presidente dell’Agec, scende le scale dal suo ufficio e sbuca nell’atrio. Botta e risposta durissimi, con qualcuno che gli urla in faccia la rabbia e lui che avverte: «Vi faccio mandare via». La rabbia è quella di sei famiglie di immigrati, che ieri hanno protestato con un presidio di undici ore nella sede dell’azienda di via Noris contro gli sfratti imminenti che nel giro di pochi giorni rischiano di lasciarli in strada. Due donne con bambini piccoli, una coppia, più altri nuclei si sono piazzati lì dalla mattina, pranzando con qualche panino portato da alcuni volontari della Rete sociale per il diritto alla casa. E minacciando di non muoversi, se non dopo aver ottenuto soluzioni. Sono arrivati i vigili e anche una volante della polizia, mentre in Prefettura si teneva una riunione per decidere il da farsi. Il braccio di ferro è andato avanti fino alle sette di sera, quando Luciano Iaccarino, dirigente della Digos, ha riferito agli autori del presidio dell’impegno assicurato dall’assessore ai servizi sociali Stefano Bertacco a riceverli il giorno dopo in Comune. La risposta: «Vogliamo un impegno scritto». Alle 21 la proposta risolutiva: incontri a oltranza con Bertacco oggi e impegno del Comune a interpellare il tribunale per rinviare gli sfratti imminenti ed esaminare uno ad uno i casi. E i migranti sono andati a casa. Venturini, invece, aveva promesso di ricevere le famiglie lunedì. Ma per alcuni di loro sarà già scattata l’ora X. Il primo sfratto scoccherà domani e toccherà a Leila Zegihdi, tunisina di 27 anni, madre di quattro bambini ora alloggiata in una casa di accoglienza in via Tunisi. Gli altri a seguire. Khaled Ben Hammar, del coordinamento migranti, spiega che la protesta orchestrata con la Rete sociale e il collettivo Metropolis è contro la non volontà di dare risposta a tanti casi disperati e che nei confronti degli immigrati persiste una linea discriminatoria: «Ci sono famiglie in graduatoria con tutti i requisiti che si vedono negata la casa. Ci sono i servizi sociali che stanno cercando di buttare fuori una donna con figli. C’è un nigeriano che si è visto aumentare il canone. Noi chiediamo che Comune e Prefettura intervengano per bloccare gli sfratti e che chi è in emergenza abbia diritto alla concessione di una casa». Leila Zegihdi figura tra questi casi. Ha un piccino di dieci giorni in braccio e altriche saltellano attorno di quattro, otto e nove anni. Da dieci anni è in Italia, suo marito da venti. «Lui lavora, ma siamo senza casa - dice -. Pagavamo, ma ci hanno dato lo sfratto. Io sono in un alloggio di accoglienza, lui dorme in auto o da amici. E anch’io ora devo andare via». Vicino a lei c’è Saadia Bahroune, 36 anni, figli di uno, tre e sei. Dieci anni a Verona, marito che lavora, sfratto dalla casa in via Romagna da 500 euro al mese. «All’Agec sono messa male in graduatoria. Case sul mercato non le troviamo: a noi immigrati non le affittano». Hoti Hamza, albanese, è sposato con la rumena Elisabeta e giovedì dovrà lasciare la sua casa di Poiano. Ha avuto un incidente in auto e un’operazione al cuore, non lavora. Lei fa le pulizie, ma il reddito non basta per ottenere una casa. «Dove andremo? In strada». E poi c’è il nigeriano Aghimien Uhunmwhngho, casa Agec in via Caccia, che si è visto alzare il canone da 373 a 492 euro, più la richiesta di 5.906 euro anticipati per 12 mensilità. «Non è mai venuto a ritirare la chiave - accusa il presidente Venturini -, poteva fare una polizza fidejussoria». Controreplica Ben Hammar: «A chi ha il reddito basso le banche non le fanno».
Rete sociale chiede di fermare tutto e requisire le case libere sul mercato
Attivata anche una linea telefonica per gli aiuti.
Bloccare tutti gli sfratti e requisire le case libere sul mercato, sfitte o in abbandono, sul presupposto della gravissima emergenza abitativa. Sono le proposte della Rete sociale per il diritto alla casa, che ha attivato anche una “help - line”, un linea telefonica di aiuto per chi rischia di trovarsi in strada, al numero 388-1737372. Gli esponenti dell’associazione chiedono di rendere operativi i progetti comunali sulla casa, con l’obbligatorietà della cessione da parte dei proprietari, e di bloccare le vendite del patrimonio immobiliare pubblico sia Agec che Ater. Tra le altre soluzioni individuate anche la trasformazione delle caserme dismesse e sottoutilizzate in alloggi popolari e l’avvio di progetti di auto recupero delle abitazioni sfitte, affidate a cooperative di precari e migranti, finanziate con fondi pubblici e privati.
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