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Verona - Storia del Comitato Spontaneo Lavoratori dell'Arena

metropolis | 20 Agosto, 2008 13:19

Il Comitato spontaneo dei Lavoratori della Fondazione Arena di Verona nasce il 1° Agosto 2008, come conseguenza dello sciopero del 26 luglio, con il quale buona parte dei tecnici aveva mostrato la propria indignazione per il licenziamento improvviso di Aurelio Barbato, responsabile dei tecnici di palcoscenico (macchinisti ed attrezzisti). In quell’occasione circa sessanta macchinisti avevano interrotto il montaggio del Nabucco, in scena quella stessa sera, non appena appresa la notizia del licenziamento del loro capo. Un licenziamento voluto dalla dirigenza della Fondazione, e costruito con motivazioni disciplinari tutte da verificare.

Allo sciopero, col passare delle ore e l’avvicinarsi dello spettacolo, aderivano anche tecnici e impiegati di altri reparti (attrezzisti, elettricisti, custodi), nonostante la dirigenza avesse respinto lo sciopero come illegittimo, in quanto senza preavviso, minacciando ritorsioni nei confronti degli scioperanti. Un comportamento inaccettabile poiché per lo spettacolo non è previsto alcun obbligo di preavviso (obbligatorio solo per i settori di pubblica utilità, quali forze dell’ordine, trasporti, ospedali, scuole etc.), ed il diritto di sciopero in Italia è tutelato dall’art. 40 della Costituzione. L’unico dei quattro sindacati firmatari del contratto nazionale (i cui rappresentanti sono i delegati RSU delle diverse componenti del teatro) ad appoggiare lo sciopero è stata la SLC-CGIL, spinta più dalla determinazione dei dimostranti che da una propria convinzione, mentre UILCOM-UIL, FISTEL-CISL e FIALS-CISAL intimoriti dall’atteggiamento dell’azienda, avevano consigliato ai lavoratori di rientrare al lavoro.

Mentre gli scioperanti si organizzavano con volantini in italiano ed inglese per informare il pubblico già in coda ai cancelli dell’Arena (c’era il tutto esaurito, ovvero 15.000 presenze) di quanto stava avvenendo, la Direzione Allestimenti decideva di ricorrere all’aiuto della cooperativa di facchinaggio e dei tecnici della manutenzione per continuare il montaggio dell’opera ed andare in scena comunque, rendendosi responsabile di comportamento antisindacale (art. 28 dello Statuto del Lavoro, che prevede la non sostituibilità del lavoratore scioperante).

La sera del 26 luglio il Nabucco andava in scena ugualmente, con la scenografia montata parzialmente, e nessun annuncio ufficiale della Direzione di scena al pubblico, fatto che ha suscitato la protesta del regista e scenografo dell’opera, Denis Krief.

Nei giorni immediatamente successivi allo sciopero, la Direzione Allestimenti annunciava ufficiosamente che tutti gli aggiunti (dipendenti stagionali) che avevano preso parte allo sciopero sarebbero stati esclusi dalle graduatorie per l’anno successivo, mentre gli stabili non avrebbero avuto conseguenze. Dinnanzi a quest’atteggiamento illegittimo e intimidatorio dell’azienda i sindacati tacevano, SLC-CGIL inclusa, lasciando scoperti i lavoratori che avevano legittimamente manifestato. Per questo un nucleo di lavoratori di diversi settori del teatro ha deciso di organizzarsi per dare vita ad un Comitato di autotutela, senza sigle politiche e sindacali.

Dopo aver dichiarato la propria nascita alla stampa cittadina (L’Arena, Il Verona, Il Corriere di Verona), il Comitato ha indetto un primo incontro il giorno 3 agosto, invitando con il passaparola e l’affissione di un volantino e un comunicato alle bacheche aziendali tutti i lavoratori della Fondazione, dopo l’opera sulle gradinate del Municipio di Verona, adiacente all’Arena. Con grande sorpresa degli organizzatori del Comitato spontaneo, alla prima riunione si registra un’affluenza di circa duecento persone di diversi reparti (macchinisti, elettricisti, maschere, retropalco, comparse, orchestra, sartoria, calzoleria, custodia). La gran parte dei presenti non aveva neanche preso parte allo sciopero del 26 luglio. Dalla riunione emerge il malcontento di tutti i lavoratori verso una dirigenza che da vent’anni amministra la Fondazione, fino ad averla portata ad un debito di venti milioni di euro. Nel corso delle successive assemblee (5 – 7 – 10 agosto), il Comitato spontaneo ha raccolto tutte le istanze presentate, e disegnato la propria linea, attorno a due punti fondamentali:
1)Mantenimento degli organici (blindatura delle graduatorie di tutti i settori e revisione accordo per le comparse) 2)Rispetto delle regole (corretta gestione e dignità del lavoro)

Sulla base di questi due punti l’assemblea ha votato un documento presentato in data 11 agosto al Presidente della Fondazione nel quale formalizza la propria esistenza, proclama lo stato di agitazione e chiede un tavolo di trattativa.
Contemporaneamente sono stati avviati un percorso culturale rispetto ai diritti sindacali dei lavoratori (attraverso la consulenza dell’avvocato Roberto Malesani), la stesura di un libro bianco che raccolga tutti gli sprechi e le inadempienze degli ultimi vent’anni di gestione, la diffusione di un appello rivolto al mondo della cultura per sensibilizzare sullo stato della Fondazione e sul suo futuro. Il Comitato ha deciso inoltre di studiare il misterioso piano di rilancio aziendale, scritto da uno studio di commercialisti (Piano Industriale Ghinato), nel quale si prevedono numerosi tagli in tutti i settori, l’esternalizzazione dei servizi tecnici, la privatizzazione dei laboratori scenografici (i più grandi d’Europa).

Noi, lavoratori dell’Arena di Verona, siamo convinti di essere una risorsa, non un costo e chiediamo la solidarietà di tutti per fare del teatro un posto migliore.

Appello per un teatro migliore

Crediamo in un teatro migliore!

Questo è un appello che rivolgiamo ad artisti ed intellettuali e a tutti coloro che operano nel mondo della lirica e non solo. Cerchiamo un appoggio e un sostegno contro chi, nel tempo, non ha saputo gestire un teatro, nello specifico la Fondazione Arena, che versa in condizione economiche gravissime e lanciamo un appello per contrastare chi si è reso responsabile di un deficit culturale enorme.
Questo teatro non ha più un’identità, svilita negli anni da burocrati senza nessuna sensibilità Artistica, capaci solo di minacciare e svalutare i lavoratori in tutti i settori.

Noi siamo i lavoratori e siamo parte integrante del teatro, perché la costruzione di uno spettacolo è una somma di mestieri (ci piace usare questo termine) che si incrociano: maestri e professori d’orchestra, macchinisti, danzatori, maestri del coro, tecnici luci, figuranti e corifee, addetti all’amministrazione, sarte, scenografi, falegnami, assistenti alla regia, attrezzisti, maestri collaboratori, personale di sale e retropalco, porta strumenti; i nostri dirigenti pensano che sia uguale avere un macchinista o un facchino, una comparsa con sensibilità artistica ed esperienza o una bella statuina, un regista capace o uno che sa solo correre, questa è una concezione amatoriale e poco rispettosa del pubblico che fa perdere prestigio e svilisce tutti dal tecnico sino al direttore d’orchestra e demotiva chiunque.

Noi vogliamo tornare ad essere orgogliosi del nostro lavoro; vogliamo i complimenti di chi viene a dirigere un’opera; non vogliamo più assistere alle imbarazzanti produzioni del recente passato; vogliamo che la critica e i giornali parlino dei nostri spettacoli, ora siamo sistematicamente ignorati; vogliamo una direzione che ci considera una risorsa e non un costo; vogliamo dirigenti competenti e non esclusivamente autoritari.
Il compito di questa realtà culturale, così famosa nel mondo, è produrre spettacoli degni della notorietà internazionale. Pertanto chiediamo che questi spettacoli siano di qualità con un tempo adeguato per le prove dei vari settori, il ripristino delle generali (magari aperte al pubblico), un’identità forte e un direttore artistico capace di un progetto culturale e di (ri)portare la Fondazione Arena in giro per il mondo e non solo nella provincia.

Siamo convinti che da queste decisioni si possa risolvere la grave crisi attuale, generata non solo da sovrintendenti che passano, ma soprattutto da questa classe dirigente stabile da troppi anni. Un teatro aperto e funzionante, sia per la stagione estiva che invernale, è una ricchezza per la città sia sotto il profilo economico che culturale, nonché un doveroso rispetto per le aspettative di qualità del pubblico pagante e per la tradizione popolare che ha reso Verona nota in tutto il mondo.

Aiutateci con la vostra adesione a tornare grandi.

Il Comitato spontaneo dei Lavoratori dell’Arena di Verona

Comitato Spontaneo

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Verona. Il caso dei lavoratori della coop. Genius. Perseverare nella lotta per conquistare e riaffermare diritti

metropolis | 21 Febbraio, 2008 23:57

Veronella, provincia di Verona, 21 febbraio 2008 

Due giorni di lotte, picchetti e blocchi da parte dei lavoratori dell'allora cooperativa Excel e dell'attuale coop. Genius hanno permesso di sbloccare l'ennesima situazione di sfruttamento da parte di una delle tante cooperative di servizi del nord-est che ricevono appalti e sub-appalti dalle multinazionali di trasporti. In realtà la lotta contro la DHL e il consorzio Usca con le cooperative affigliate risale al 31 dicembre 2007 quando una trentina di operai decisero di uscire dall'invisibilità bloccando camion e linee di carico per denunciare il consorzio Usca che con l'avvallo della multinazionale DHL si accingeva a licenziare senza preavviso trenta lavoratori per bloccare gli scatti di anzianità e per ridefinire dietro il ricatto della possibile riassunzione nella nuova coop. mansioni e inquadramento o per sostituirli come in questi giorni con altre persone "fidate".

Ma lo stratagemma non ha funzionato perché i lavoratori in lotta con il supporto del sindacato ADL RdB Cub, degli attivisti del coordinamento Migranti, del collettivo Metropolis, della Chimica, hanno bloccato i camion, hanno imposto il riconoscimento dei diritti sindacali immediati (pagamento degli stipendi arretrati, passaggio diretto nella nuova coop.), hanno aperto una vertenza sindacale che prevede per domani un incontro a Verona tra i rappresentanti sindacali dei lavoratori ADL, il responsabile della logistica DHL con il presidente della nuova coop. e il prefetto. Una prima vittoria che rovescia i termini di forza perché oggi a concordare la trattativa sono gli stessi che fino a ieri minacciavano i diritti dei lavoratori.

La vittoria di una battaglia che non ha territorio perché le forme e le situazioni di sfruttamento nel nord-est della fabbrica diffusa e globale sono all'ordine del giorno, come sono sempre più evidenti e diffuse le lotte per farne fronte. Una conferma che i diritti si conquistano perseverando nelle forme di lotta autonome che di fatto costituiscono all'interno del panorama lavorativo e sindacale attuale, una nuova prospettiva di rivendicazioni e conquiste come nei casi di Padova (TNT International) e Verona (DHL).

Sindacato di base ADL RdB Cub Verona

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Migranti - Nuove forme di sfruttamento e nuove modalità di lotta

metropolis | 04 Febbraio, 2008 00:17

Intervista a Sandro Chignola, docente alla facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Padova.
Dal rapporto di MSF sulle condizioni di lavoro stagionale ai licenziamenti ai danni di un centinaio di lavoratori delle cooperative da parte della multinazionale TNT. Lavoro, immigrazione, sfruttamento, intorno a questo nesso una interessante chiave di lettura del presente. Abbiamo intervistato Sandro Chignola, docente presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Padova.

La cronaca di questi giorni riguarda soprattutto il padovano ed in particolare il licenziamento di un’ottantina di lavoratori, quasi tutti stranieri, che lavoravano per il colosso TNT, lavoro appaltato tramite il sistema delle cooperative.

Vai allo speciale Padova - Serrata del colosso TNT. Cento lavoratori licenziati, quasi tutti migranti

D: Immigrazione e sfruttamento: da un lato la legge Bossi-Fini, dall’altro la legge 30, consentono di fatto lo sfruttamento degli stranieri, regolari e irregolari, sia da parte delle cooperative modello Nord-Est sia nel lavoro stagionale nelle campagne del Sud Italia, come sottolineato dal rapporto presentato in questi giorni da Medici Senza Frontiere (MSF). Io partirei proprio da qui, dal tratteggiare in modo sintetico questo quadro.

R: Mi sembra che i due dati che proponi nella discussione colgano perfettamente questo fenomeno, nel senso che, se si guarda anche la stampa mainstream, il rapporto di MSF riferito a questa condizione di semi schiavitù dei lavoratori stagionali nelle campagne del Sud Italia sembra marcare un’eccezione, come se quello fosse un caso limite rispetto alla procedura di integrazione dei migranti che sono quelle sulle quali poi vengono costruite le retoriche sui clandestini immigrati regolari.
Io mi chiedo invece se il rapporto di MSF non rappresenti semplicemente l’altro lato di una specie di integrazione impossibile che è evidenziata esattamente da questo caso emblematico delle cooperative del subappalto della TNT.
Io mi chiedo, appunto, visto questo episodio che tu giustamente riferisci a Limena e Padova ma in realtà è diffuso in tutto il Nord Est visto che, ad esempio, TNT gioca a spostare i propri magazzini, le proprie catene di sfruttamento, tra Vicenza e Padova e Verona a seconda di dove sia possibile forzare i limiti dell’auto-organizzazione dei migranti, ecco, mi chiedo se questo tipo di integrazione, fatta di meccanismi di ricatto come quelli che legano il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, come la legge 30 e la precarietà, non rappresentino invece altrettante forme di invisibilizzazione, di meccanismi di filtro e di sfruttamento che rendono molto meno giustificabile una, per così dire, apologia dei meccanismi di integrazione: qui si tratta appunto di migranti che hanno un lavoro ufficialmente regolare e che vengono incatenati a meccanismi di sfruttamento semi-schiavile.
Quello che trovo emblematico a proposito di questo caso della TNT non è, semplicemente, la commistione tra post-fordismo e organizzazione del lavoro iper-flessibile e moderna così, come si evidenzia dentro catene che hanno a che fare con il logistico, i magazzini e la circolazione delle merci e delle informazioni, che questo tipo di organizzazione post-fordista mantiene in condizioni di sfruttamento bestiali, ciò che trovo emblematico è che là dove i migranti si auto-organizzano, si strutturano attraverso una presa di parola che reclama diritti, si auto-organizzano autonomamente al di fuori della rappresentanza sindacale, lì, diventa fortissimo l’attacco, come se, appunto, i meccanismi di integrazione fossero possibili soltanto passivizzando i migranti e non riconoscendo mai il dato di soggettività che si esprime attraverso il lavoro.

D: Certo, tu parlavi di forme auto-organizzazione, mobilitazione e iniziative e mi sembra che nell’ultimo periodo stiamo assistendo ad una presa di posizione molto forte da parte di cittadini stranieri nei nostri territori: penso allo sciopero a Brescia per quanto riguarda il permesso di soggiorno, penso alle manifestazioni alle mobilitazioni e penso anche a questa iniziativa di Limena: andando al presidio permanete davanti alla TNT si vede una forte presa decisionale da parte di questi cittadini migranti che non accettano nessun tipo di ricatto.
E’ il segno di qualcosa che sta cambiando?

R: E’ probabilmente un segno di qualcosa che sta cambiando sulle forme organizzative, ma diciamo così che, fin dall’inizio, dal modo nel quale si è provata a decifrare la questione del lavoro migrante, in qualche maniera, si è contrapposto questa retorica caritatevole e passivizzante, che trattava la migrazione come semplicemente un problema sociale a, invece, una interpretazione del diritto di fuga che si esprime attraverso i migranti, ovvero la loro soggettività che è quella di sottrarsi alle condizioni di sfruttamento nei paesi d’origine e la mobilità fortissima che caratterizza la loro permanenza sul nostro territorio: insomma il migrante è di per se, da sempre, un soggetto in esodo, in fuga dalle condizioni di sfruttamento ed esattamente quello che mi mi sento di dire è che questi strumenti legislativi che sono stati messi in essere, la legge Turco-Napolitano, la legge Bossi-Fini e così via sono tentativi proprio di imbrigliare, di tenere e inchiodare a regimi di sfruttamento il lavoro di tipo migrante. Quel sistema di ricatto a cui accennavo poco fa, il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro è solamente uno di questi meccanismi.
Quello che sta cambiando, secondo me, da alcuni anni, a partire dai nostri territori, tu giustamente citi la manifestazione di Brescia, le cose successe a Padova, Verona e Treviso negli ultimi tempi e così via, è, diciamo così, questo attraversamento diverso delle formule organizzative, sindacali e politiche, che i migranti si sono dati: c’è una specie di diritto di fuga che viene esercitato anche nei confronti delle organizzazioni sindacali ufficiali spesso complici, come mi sembra di capire anche in questo caso della TNT, di meccanismi vischiosi, lobbistici di sfruttamento dei migranti, un esodo ovviamente anche dalla forma di rappresentanza partitica ufficiale, visto che gli immigrati non hanno diritto di voto e, come dire, vengono sfruttati solamente per garantire legittimità e presentabilità al centro sinistra rispetto al centro destra in consulte fantasiose che vengono messe in piedi dai governi di centro sinistra cittadini.
Dicevo un diritto di fuga che si esprime attraverso una soggettività delle pratiche di movimento che mi sembra straordinariamente innovativo nelle pratiche di autorganizzazione dei migranti negli ultimi anni: nella lotta contro i CPT, nelle lotte sul posto di lavoro, nelle lotte sui diritti di cittadinanza, i migranti si sono, sempre più spesso, avvicinati alle pratiche di movimento e soprattutto hanno portato un arricchimento significativo nella stessa agenda di lotta dei movimenti.
A me sembra che il dato più significativo degli ultimi anni è esattamente questa dimensione di autorganizzazione, di attraversamento delle strutture di movimento, dei centri sociali, del sindacalismo di base che gli immigrati hanno praticato come forma di una presa di parola che si sta manifestando ormai incomprimibile.

D: Quando si parla di migranti, necessariamente, si parla di confini.
Siamo di fronte a un duplice processo: da una parte, appunto, una messa a punto di politiche di esternalizzazione di questi confini, si parla di confini materiali ovviamente, dall’altra invece assistiamo a processi di flessibilizzazione e inclusione differenziale, sia dal punto di vista del diritto di cittadinanza, sia dal punto di vista del lavoro, in Italia, come in Europa. Cosa significa e cosa implica questo tipo di stratificazione sia della cittadinanza sia del lavoro?

R: Secondo me significa due cose essenzialmente, la prima riguarda gli spazi e i tempi del nostro agire politico e dei modi attraverso i quali vengono riarticolati i processi di cittadinanza. Prima accennavo al fatto che una delle trasformazioni fondamentali del capitalismo e dell’accumulazione nei nostri territori è rappresentato fondamentalmente da questa abolizione o quasi dei magazzini, da questa esternalizzazione, che organizza diversamente i circuiti della messa a valore, di un capitalismo che sempre più è fatto di mobilità delle merci, cosa che tra l’altro è dimostrata anche da quello sciopero clamoroso dei camionisti di qualche mese fa, che con un blocco di fatto della circolazione hanno ottenuto tutto quello che volevano. Un capitalismo che si fa attraverso i flussi di informazione, l’organizzazione sincronica della circolazione delle merci e al fianco di questo, attraverso produzione semi-schiavile, come quella del facchinaggio che è quella che gli immigrati svolgevano attraverso queste cooperative alla TNT. Lavoro notturno, turni pazzeschi e assenza di diritti, ecco, io credo che anche questo sia proprio uno dei modi attraverso i quali si esemplifica la riorganizzazione dei confini nei nostri territori, in Europa e su scala globale.
Il confine noi siamo abituati a pensarlo come una barriera che identifica in modalità binaria chi è dentro e chi è fuori, invece dobbiamo cominciare a ragionare su spazi e tempi dell’organizzazione politica delle nostre iniziative per cui i confini sono mobili, sono forme attraverso le quali si organizzano meccanismi di filtro dell’erogazione dei diritti di cittadinanza e del salario, che in qualche maniera prevedono l’organizzazione di tempi e di spazi differenziati. Si tratta di capire come dobbiamo riformulare le nostre agende politiche all’interno di questi ragionamenti sui confini che sono mobili, che non prevedono più un dentro o fuori lineare: un CPT è una forma di confine, il problema è per esempio capire se un CPT è quell’attrezzo murato, orribile, che abbiamo visto a Gradisca o a Bologna, o se invece un CPT non siano anche queste forme di sfruttamento, di restringimento di erogazione dei diritti che fanno di un CPT una struttura mobile non solo perché esternalizzato al di fuori dell’Europa, ma anche nelle nostre città.
Ci sono quartieri interi che sono come CPT, grandi zone d’attesa, come quelle che vedevamo una volta negli aeroporti internazionali, che sono quelle zone di attesa per lavoratori senza diritti in molte delle nostre città dove i caporali vanno a prendere i migranti per farli lavorare, o dove vanno a prendere i clandestini per i cantieri edili come ha mostrato una lotta molto significativa negli ultimi anni a Reggio Emilia.
Io credo che, appunto, questo ragionamento sui confini, sugli spazi e sui tempi differenti, sull’inclusione differenziata ci debba servire per far partire grandi meccanismi di inchiesta con i migranti, per comprendere come funzionano i nuovi regimi di sfruttamento, come funzionano i nuovi regimi di restringimento o di allargamento, a seconda delle condizioni, dei diritti di cittadinanza a e per comprendere quali siano i punti per attaccare questa logica di gerarchizzazione che, secondo me, riproduce spazi coloniali dentro le nostre città, dentro i nostri territori.
Ragionare sugli spazi e sui tempi significa differenziare le nostre agende di lotta e renderle più flessibile, cercare di comprendere dove si può colpire per fare male perché, secondo me, c’è un male più grande che dobbiamo evitare che non è semplicemente il razzismo esplicito delle retoriche securitarie ma questo razzismo più "soft" che permette la ridescrizione di spazi coloniali dentro le nostre città.

Vai alla feature Licenziamenti TNT-FastCoop: il coraggio di lottare contro l’ingiustizia

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